Lavoro e titolari

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Lavorare troppo e compensare con i regali: la moneta sbagliata

Lavorare troppo e poi compensare con regali? Perché paghi con la moneta sbagliata, cosa ti costa davvero e un esercizio per cambiare da questa settimana.

Dott. Mario Giglio, psicologo

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Lavorare troppo e compensare con i regali: la moneta sbagliata

Lavorare troppo, di solito, non sembra una scelta. Sembra l’unico modo possibile: c’è sempre una scadenza, una pratica da chiudere, una cosa che «se non la faccio io non la fa nessuno». Poi, a un certo punto, arriva il senso di colpa verso chi ti aspetta a casa. E per rimediare fai la cosa più naturale del mondo: compri qualcosa. Un regalo ai figli, una cena fuori, un weekend prenotato di corsa.

Sembra un gesto d’amore, e in parte lo è. Ma nasconde un errore di contabilità che quasi nessuno vede: stai pagando con la moneta sbagliata. In questo articolo ti mostro come funziona questo meccanismo, perché si alimenta da solo e come puoi cominciare a romperlo con un esercizio semplice, da fare con carta e penna.

Lavorare troppo e pagare con la moneta sbagliata

Hai due monete a disposizione: il tempo e il denaro. Il principio sarebbe semplice. Usa il denaro per ciò che il denaro può comprare, e il tempo per ciò che il denaro non può comprare. Un servizio, una pratica, un lavoro tecnico si possono pagare. La tua presenza a cena, no.

Nella pratica molti fanno l’esatto contrario. Pagano con i soldi ciò che costerebbe tempo: il regalo al posto del pomeriggio insieme, il gioco nuovo al posto della partita a cui non sei andato. E pagano con il tempo ciò che costerebbe soldi: la contabilità fatta da sé la domenica, le piccole riparazioni, le pratiche che un collaboratore sbrigherebbe in metà del tempo.

Sembrano due abitudini diverse, quasi opposte. Una ha l’aria della generosità, l’altra della parsimonia. In realtà sono lo stesso schema visto da due lati.

Perché i soldi si spendono così facilmente

Il denaro è la moneta più comoda quando devi evitare qualcosa. Lo tiri fuori, paghi, e il conto è chiuso. Non ti chiede niente di te. La presenza invece ti espone. Stare un pomeriggio con un figlio arrabbiato perché non c’eri vuol dire sentire quella rabbia, reggere il silenzio, non avere niente da fare se non esserci.

È per questo che il regalo vince quasi sempre. Non perché tu sia superficiale, ma perché è la strada che costa meno fatica emotiva. Il problema è che chi lo riceve se ne accorge. Un bambino non ha le parole per dirlo, ma capisce benissimo la differenza tra qualcuno che ha pensato a lui e qualcuno che era lì con lui.

Il senso di colpa che ti impedisce di delegare

L’altra metà dello schema è più subdola. Molte persone che lavorano troppo non delegano per mancanza di soldi, ma per una specie di colpa. Pagare qualcuno per una cosa che «sapresti fare da solo» sembra uno spreco, quasi un lusso che non ti sei meritato. Allora la fai tu. La sera, nel weekend, nelle ore che restano.

Solo che quelle ore non spuntano dal nulla. Le prendi a qualcuno. Quasi sempre alle stesse persone che poi cerchi di risarcire con un regalo. Risparmi sul collaboratore e spendi in compensazioni. Alla fine non hai risparmiato niente: hai solo spostato il costo su chi ami, e ci hai aggiunto un debito che non si salda con la carta di credito.

Un circolo che si alimenta da solo

La scuola di Palo Alto, che ha studiato a fondo come le persone restano incastrate nei propri problemi, ha un’osservazione che qui calza alla perfezione: spesso è proprio la soluzione che tentiamo a mantenere il problema. Il regalo serve a calmare il senso di colpa. Ma calmandolo ti permette di continuare esattamente come prima. La domenica dopo sei di nuovo alla scrivania, e la settimana successiva c’è un altro regalo da fare.

Ho visto questo schema in modo chiarissimo con un professionista che teneva da solo la contabilità del suo studio. Lo faceva la domenica pomeriggio, cioè proprio il momento che i suoi figli gli chiedevano da mesi. Per farsi perdonare le assenze, li riempiva di regali. E più regali faceva, più si sentiva autorizzato a sparire la domenica successiva.

Non è servita una rivoluzione. Ha affidato la contabilità a un esterno: una spesa precisa, prevedibile, che poteva sostenere. Quella domenica è tornata libera, e i regali di compensazione hanno smesso di avere senso. Non li ha dovuti eliminare con la forza di volontà. Semplicemente non c’era più niente da compensare.

Una precisazione che conta

Tutto questo vale quando hai un margine economico. Se i soldi sono davvero stretti, fare le cose da te non è un errore psicologico: è una necessità, e va rispettata. Il punto non è «spendi di più». Il punto è accorgerti di quando hai una scelta e la stai usando contro di te.

Esercizio: le due colonne

Prendi un foglio e traccia una linea verticale nel mezzo. Nella colonna di sinistra scrivi i soldi che hai speso nell’ultimo mese per compensare un’assenza: regali, uscite, acquisti fatti con quella piccola fitta di colpa che conosci bene. Nella colonna di destra scrivi le ore che hai passato a fare da te qualcosa solo per non spendere: pratiche, lavori, compiti che qualcun altro farebbe al posto tuo.

Non giudicare mentre scrivi. Limitati a elencare. Poi guarda le due colonne insieme e chiediti se c’è un legame. Spesso c’è: le ore della colonna di destra sono proprio quelle che generano le spese della colonna di sinistra.

Adesso scegli una sola voce dalla colonna di destra. Una. Quella che ti costa più ore e che potresti affidare a qualcun altro con una spesa che puoi permetterti. Spostala nell’altra moneta questa settimana. E il tempo che liberi non riempirlo con altro lavoro: dallo a chi stavi cercando di risarcire.

Quando serve un aiuto in più

A volte lavorare troppo non è solo una questione di organizzazione. Se ti accorgi che anche quando deleghi trovi subito un altro modo per riempire ogni ora, che fermarti ti mette agitazione, o che il senso di colpa resta lì qualunque cosa tu faccia, il problema è più profondo dell’agenda. In questi casi parlarne con uno psicologo può aiutarti a capire che cosa ti tiene così attaccato al fare, e perché esserci ti costa tanta fatica.

Ricordalo la prossima volta che stai per pagare un’assenza: i soldi dicono che hai pensato a qualcuno, il tempo dice che c’eri.

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