Come funziona la mente
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5 minuti di lettura
Perché mi sento solo? La spiegazione che ti tiene lontano dagli altri
Perché mi sento solo? Se la risposta è «sono troppo profondo per gli altri», sappi che è consolante ma rischia di tenerti esattamente dove sei.
Dott. Mario Giglio, psicologo
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«Perché mi sento solo?» È una domanda che quasi tutti si sono fatti almeno una volta, magari a fine serata, dopo una cena in cui hai parlato tanto e non hai detto niente. E spesso, insieme alla domanda, arriva già una risposta pronta: sono troppo profondo per gli altri. Gli altri parlano di vacanze, di calcio, di chi ha detto cosa a chi. Io penso ad altro. Per questo resto solo.
Questa risposta ha un pregio enorme: fa meno male. Trasforma la solitudine in una specie di medaglia. Ma ha anche un difetto, e qui voglio essere diretto con te: è la spiegazione più consolante, ed è proprio per questo che rischia di tenerti esattamente dove sei.
La frase di Schopenhauer che ti piace troppo
Schopenhauer scriveva che la solitudine è la sorte di tutti gli spiriti eccezionali. È una di quelle frasi che si salvano nel telefono e si rileggono nei momenti bui. Lui, del resto, visse buona parte della vita da solo, e attorno alla sua figura è cresciuto il mito del genio incompreso.
Non sto dicendo che la frase sia falsa. Può esserci del vero: se hai interessi poco comuni, trovare qualcuno con cui condividerli è oggettivamente più difficile. Il problema nasce quando la usi come spiegazione definitiva. Una spiegazione definitiva chiude la domanda. E una domanda chiusa non ti porta più da nessuna parte.
La frase dà dignità alla solitudine. Non ti dice come uscirne.
Perché mi sento solo: il meccanismo che non vedi
John Cacioppo e Louise Hawkley hanno studiato a lungo la solitudine. Una delle cose che hanno osservato è questa: chi si sente solo diventa più attento ai segnali di rifiuto. Un messaggio che arriva tardi, uno sguardo distratto, una battuta che nessuno raccoglie. La mente li registra tutti, e tende a leggerli in negativo.
Capisci cosa succede? Più ti senti solo, più vedi prove che gli altri non fanno per te. Più vedi prove, più ti ritiri. Più ti ritiri, più ti senti solo. Non è un difetto di carattere, è un circuito. E un circuito così si alimenta da solo finché qualcuno non lo interrompe.
C’è poi un secondo pezzo. In psicologia sociale si sa da tempo che tendiamo ad attribuire i successi a noi stessi e i fallimenti a cause esterne. Quando un rapporto non decolla, «gli altri sono superficiali» è una spiegazione esterna perfetta. Non ti chiede di cambiare niente. Ti protegge. Ed è proprio per questo che è così attraente.
Quando la soluzione diventa il problema
Nel mio lavoro chiamo questo tipo di strategia una soluzione tentata. È qualcosa che fai, o che pensi, per stare meglio. E all’inizio funziona: il dolore si abbassa, ti senti meno sbagliato. Ma col tempo diventa la cosa che tiene in piedi il problema.
«Sono troppo profondo per gli altri» funziona così. Ti toglie il peso di sentirti inadeguato, ma in cambio ti toglie anche il motivo per provarci. Perché dovresti cercare qualcuno, se hai già deciso che non c’è nessuno alla tua altezza? La porta resta chiusa, e tu resti convinto di averla trovata chiusa. Non di averla chiusa tu.
Non te lo dico per farti sentire in colpa. Te lo dico perché, se la chiave è in mano tua, è una buona notizia.
Non tutta la solitudine nasce dalla testa
Voglio essere chiaro anche su questo. A volte ti senti solo perché lo sei, per ragioni molto concrete: ti sei trasferito in un’altra città, hai perso qualcuno, sei stato male a lungo, lavori in un ambiente ostile. In questi casi non c’è un pensiero da correggere. C’è una rete da ricostruire, un pezzo alla volta, con pazienza.
La differenza conta. Se la tua solitudine è di circostanza, il lavoro è pratico: luoghi nuovi, gruppi, abitudini che ti mettano accanto ad altre persone con regolarità. Se invece ti accorgi che ovunque vai finisci nello stesso punto, con persone diverse ma la stessa sensazione, allora vale la pena guardare la spiegazione che ti dai.
Un esercizio per questa settimana
Prendi un foglio. Scrivi i nomi di tre persone che in passato hai liquidato come superficiali, o come «non fanno per me». Accanto a ogni nome, scrivi su cosa si basava quel giudizio. Una conversazione? Una sola serata? Un’impressione a pelle?
Poi scegline una. E questa settimana falle una domanda vera. Non una domanda di cortesia: una cosa che ti interessa sapere di lei. Come ha deciso di fare il lavoro che fa. Cosa la tiene sveglia la notte. Cosa le piaceva da ragazza.
Non devi diventarci amico. Devi solo verificare se il giudizio regge. A volte regge. Molto più spesso scopri che la superficialità stava nella domanda, non nella persona.
Se mentre leggi ti viene da pensare che sia inutile, nota anche quello. È la stessa voce che ti dice che sei troppo profondo per gli altri: vuole risparmiarti una delusione. Ma per risparmiartela ti fa rinunciare anche alla possibilità che le cose vadano bene. E quella, a lungo andare, costa molto di più.
Quando serve un aiuto in più
Se la solitudine dura da mesi, se senti un vuoto che non se ne va, o se ti capita di avere pensieri cupi, non è il momento di arrangiarti. Parlarne con uno psicologo non è un segno di debolezza: è il modo più rapido per uscire da un circuito che, visto da dentro, è difficile riconoscere. Non serve aspettare di stare peggio per chiedere.
Se vuoi capire meglio come la tua mente costruisce spiegazioni come questa, e quali usa più spesso per proteggerti, puoi fare il test gratuito sulla mente. Ci vogliono pochi minuti, e potresti scoprire che la risposta alla domanda «perché mi sento solo» non è quella che ti sei dato finora.
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